Justin Smith : “Basic Income Policy and National Debts: The Basic Blueprint for a Global Planned Economy”

Justin Smith : “Basic Income Policy and National Debts: The Basic Blueprint for a Global Planned Economy”

Un aspetto delle spese non commerciali non sovvenzionate correttamente, e delle aziende a scopo di lucro non abbastanza “redditizie” da sostenere i redditi e ulteriore sviluppo, è che l’economia globale fino ad oggi non sa come gestire il debito che sta soffocando lo sviluppo. Non c’è ragione per cui un paese non possa finanziare tutte le operazioni necessarie per garantire la non-povertà e un’ulteriore espansione economica con maggiori finanziamenti e sviluppo di opportunità di lavoro e prodotti e servizi migliori. Tutto ciò che il mondo deve fare è avere una contabilità perfetta, meccanismi di mercato non predatori e imparare a perdonare la difficoltà ad onorare il debito. Il resto è solo una questione di fornire sufficienti finanziamenti monetari ai progetti “essenziali” e permettere alle persone di avere un equilibrio di “sana proprietà” e “finanziamenti appropriati”. Quello che serve è un sistema nel quale ogni cittadino rispettoso della legge deve avere i mezzi per perseguire “la vita, la libertà e la ricerca della felicità”.

Rutger Bregman: “Utopia for Realists: And How We Can Get There”

Rutger Bregman: “Utopia for Realists: And How We Can Get There”

“L’effetto della frontiera sui salari dei lavoratori con uguale produttività intrinseca è superiore a qualsiasi forma di discriminazione salariale (genere, razza o etnia) che sia stato mai misurato”, osservano tre economisti. È apartheid su una scala globale. Nel ventunesimo secolo, la vera élite sono i nati non nella famiglia giusta o nella classe giusta ma nel paese giusto. Eppure questa élite moderna non è a conoscenza di quanto sia fortunata.

Rutger Bregman: “Utopia for Realists: And How We Can Get There”

Rutger Bregman: “Utopia for Realists: And How We Can Get There”

Sto parlando di frontiere aperte. Non solo per banane, derivati, e iPhone, ma per tutti – per i knowledge workers, per i rifugiati, e per la gente comune in cerca di pascoli più verdi. Certo, abbiamo imparato tutti nel modo più duro che gli economisti non sono indovini (l’economista John Kenneth Galbraith una volta ha scherzato sul fatto che l’unico scopo delle previsioni economiche è di dare all’astrologia un’immagine migliore), ma su questo punto le loro opinioni sono notevolmente coerenti. Quattro diversi studi hanno dimostrato che, a seconda del livello di movimento nel mercato globale del lavoro, la crescita stimata del “prodotto mondiale lordo” sarebbe nel range dal 67% al 147% . In effetti, l’apertura dei confini renderebbe il mondo intero due volte più ricco. Ciò ha portato un ricercatore dell’Università di New York a concludere che stiamo attualmente lasciando “trilioni di dollari sul marciapiede”.
Un economista dell’Università del Wisconsin ha calcolato che i confini aperti
aumenterebbero il reddito di un angolano medio di circa $ 10.000 all’anno, e
di un nigeriano di $ 22.000 all’anno.

I confini del mondo erano ancora aperti solo un secolo fa.
“I passaporti sono buoni solo per infastidire gente onesta”, il detective  nel romanzo di Jules Verne Il giro del mondo in 80 giorni (1874) ribatte al Console britannico a Suez. “Sa che un visto è inutile, e che non è richiesto il passaporto? ” dice il console quando il protagonista, Phileas Fogg, chiede un timbro. Alla vigilia della prima guerra mondiale, i confini esistevano per lo più come linee su carta. I passaporti erano rari e i paesi che li rilasciavano (come la Russia e l’impero ottomano) erano considerati incivili. Inoltre, quella meraviglia della tecnologia del diciannovesimo secolo, il treno, era pronta a cancellare i confini per sempre. E poi è scoppiata la guerra. All’improvviso, i confini vennero sigillati per tenere le spie fuori e tutti quelli necessari per lo sforzo bellico all’interno. Ad una conferenza del 1920 a Parigi, la comunità internazionale arrivò al primo accordo sull’uso dei passaporti. Al giorno d’oggi, chiunque ripercorresse il viaggio di Phileas Fogg dovrebbe richiedere dozzine di visti, passare attraverso centinaia di punti di controllo di sicurezza, ed essere perquisito più volte di quante potrebbe contare. In questa era di “globalizzazione”, solo il 3% della popolazione del mondo vive al di fuori del paese di nascita. Stranamente, il mondo è spalancato per tutto tranne che per le persone. Beni, servizi e scorte attraversano il mondo. Le informazioni circolano liberamente, Wikipedia è disponibile in 300 lingue, e la NSA può facilmente controllare quali giochi John in Texas sta giocando sul suo smartphone. Certo, abbiamo ancora alcune barriere commerciali. In Europa, ad esempio, abbiamo tariffe sul chewing gum (€ 1,20 al Kg.) e gli Stati Uniti tassano le capre vive importate ($ 0,68 ognuna), ma se eliminassimo tali barriere, l’economia globale crescerebbe di solo pochi punti percentuali. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, alzando le restanti restrizioni sul capitale, si guadagnerebbero al massimo 65 miliardi di dollari. Spiccioli, secondo l’economista di Harvard Lant
Pritchett. Aprire le frontiere al lavoro aumenterebbe la ricchezza molto di più:
mille volte di più. In numeri: $ 65.000.000.000.000. A parole: sessantacinque
trilioni di dollari.

Rutger Bregman: “Utopia for Realists: And How We Can Get There”

Rutger Bregman: “Utopia for Realists: And How We Can Get There”

Per noi oggi, è ancora difficile immaginare una società futura nella quale il lavoro retribuito non è tutto nè il fine della nostra esistenza. Ma l’incapacità di immaginare un mondo in cui le cose siano diverse è prova solo di una povera immaginazione, non dell’impossibilità di cambiare.
Negli anni ’50 non potevamo concepire l’avvento dei frigoriferi, degli aspirapolvere e, soprattutto, delle lavatrici avrebbero aiutato le donne ad avere un posto di lavoro in numeri da record, eppure lo hanno fatto. Tuttavia, non è la tecnologia stessa che determina il corso della storia. Alla fine, siamo noi umani che decidiamo come modellare il nostro destino. Lo scenario di disuguaglianza radicale che sta prendendo forma negli Stati Uniti non è la nostra unica opzione. L’alternativa è che a un certo punto durante questo secolo, noi respingessimo il dogma secondo il quale devi lavorare per vivere. Più ricchi noi come società diventiamo, meno efficace sarà la distribuzione della prosperità nel mercato del lavoro.
Se vogliamo mantenere i benefici offerti dalla tecnologia, alla fine c’è solo una scelta, e questa è la ridistribuzione. Una massiccia ridistribuzione. Ridistribuzione del denaro (reddito di base), del tempo (una settimana lavorativa più corta), della tassazione (sul capitale invece che sul lavoro), e, naturalmente, dei robot. Già nel diciannovesimo secolo, Oscar Wilde non vedeva l’ora che tutti beneficiassero di macchine intelligenti che fossero “proprietà di tutti”.
Il progresso tecnologico può rendere una società più prospera in termini di aggregazione, ma non esiste una legge economica che dice che tutti ne trarranno beneficio.

Rutger Bregman: “Utopia for Realists: And How We Can Get There”

Rutger Bregman: “Utopia for Realists: And How We Can Get There”

Il punto, ovviamente, è che la guerra è finita. Il nostro standard di progresso è stato concepito per un’era diversa con diversi problemi. Le nostre statistiche non catturano più la forma della nostra economia. E questo ha conseguenze. Ogni epoca ha bisogno di propri modelli. Nel diciottesimo secolo, essi riguardavano le dimensioni del raccolto. Nel diciannovesimo secolo, il raggio della rete ferroviaria, il numero di fabbriche e il volume di estrazione del carbone. E nel ventesimo secolo, la produzione industriale di massa all’interno dei confini dello stato-nazione. Ma oggi non è più possibile esprimere la nostra prosperità in semplici dollari, sterline o euro. A partire dall’assistenza sanitaria all’educazione, dal giornalismo alla finanza, siamo ancora tutti fissati su “efficienza” e “guadagni”, come se la società non fosse altro che una grande linea di produzione. Ma è proprio in un’economia basata sui servizi che semplici obiettivi quantitativi falliscono. “Il prodotto nazionale lordo … misura tutto … tranne quello che rende la vita degna di essere vissuta”, ha detto Robert Kennedy. È tempo di una nuova serie di parametri. Il PIL è stato concepito in un periodo di profonda crisi e ha fornito una risposta alle grandi sfide degli anni ’30. Mentre affrontiamo le nostre crisi di disoccupazione, depressione e cambiamenti climatici, noi dovremmo anche cercare nuovi parametri di misura. Ciò di cui abbiamo bisogno è una “dashboard” completa di una serie di indicatori per tracciare le cose che rendono la vita utile – soldi e crescita, ovviamente, ma anche servizi alla comunità, lavoro, conoscenza, coesione sociale.
E, naturalmente, il bene più scarso di tutti: il tempo.

Rutger Bregman: “Utopia for Realists: And How We Can Get There”

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Lloyd Pendleton, il direttore della Homeless Task Force dello Utah, ha avuto la sua luminosa intuizione nei primi anni 2000. I senzatetto dello stato erano fuori
controllo, migliaia di persone dormivano sotto i ponti, nei parchi e nelle strade delle città dello Utah. La polizia e i servizi sociali erano oberati di lavoro, e Pendleton era stufo. Aveva anche un piano. Nel 2005, lo Utah ha lanciato la sua guerra ai senzatetto non, come così spesso, con Taser e spray al peperoncino,
ma attaccando il problema alla radice. L’obiettivo? Togliere tutti i senzatetto dalle strade in tutto lo stato.
La strategia? Appartamenti gratuiti. Pendleton iniziò con i diciassette più derelitti trovati a dormire in strada. Due anni più tardi, dopo aver avuto tutti un posto dove vivere, ha progressivamente ampliato il programma. Record criminali, dipendenze senza speranza, debiti spropositati – non importava. Nello Utah, avere un tetto sopra la testa era diventato un diritto.
Il programma è stato un successo clamoroso. Mentre nel vicino Wyoming il numero di persone che vivono nelle strade è salito del 213%, lo Utah ha visto il 74% in meno di senzatetto cronici. E tutto questo in uno stato ultraconservativo.
Il Tea Party ha avuto un grande seguito in Utah per anni e Lloyd Pendleton non era esattamente uno di sinistra. “Sono cresciuto in un ranch, dove impari a lavorare sodo “, ricorda. “Ero solito dire ai senzatetto di trovare un lavoro, perché pensavo che fosse tutto ciò del quale avessero bisogno. L’ex dirigente cambiò la sua musica dopo aver ascoltato tutta la storia finanziaria in una conferenza. Dare l’alloggio gratis, si è scoperto, era in realtà un vantaggio per il budget dello stato.
Gli economisti di stato calcolarono che un vagabondo che viveva per strada costa al governo $ 16,670 all’anno (per servizi sociali, polizia, tribunali, eccetera.). Un appartamento più una consulenza professionale, al contrario, costa solo $ 11.000. I numeri sono chiari. Oggi, l’Utah è sulla buona strada per eliminare completamente i senzatetto cronici, rendendolo il primo stato negli Stati Uniti ad affrontare con successo questo problema. Tutto questo risparmiando una fortuna.

Rutger Bregman: “Utopia for Realists: And How We Can Get There”

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In quasi tutti i paesi sviluppati oggi, la disuguaglianza supera di gran lunga ciò che
potrebbe ragionevolmente essere ritenuto desiderabile. Di recente, il Fondo Monetario Internazionale ha pubblicato un rapporto che rivela che anche un’eccessiva disuguaglianza inibisce la crescita economica. La scoperta più affascinante, tuttavia, è che anche i ricchi soffrono quando la disuguaglianza diventa troppo grande. Anch’essi diventano più inclini alla depressione, al sospetto e a una miriade di altre difficoltà sociali. “La disuguaglianza di reddito”, affermano due eminenti scienziati che hanno studiato ventiquattro paesi sviluppati, “ci rende tutti meno soddisfatti della nostra vita, anche se siamo relativamente benestanti.”