Malcolm Torry: “Money for everyone: Why we need a citizen’s income”

Malcolm Torry: “Money for everyone: Why we need a citizen’s income”

Dovremmo dare soldi a tutti: a tutti i residenti, incondizionatamente.
La stessa cifra per ogni adulto in età lavorativa, la stessa cifra per ogni persona più vecchia, e la stessa quantità per ogni bambino. L’adulto più ricco in età lavorativa
nel paese riceverebbe lo stesso denaro del più povero.
La persona anziana più ricca riceverebbe lo stesso denaro di quella più povera. Qualunque somma chiunque guadagni o risparmi, e qualunque sia il proprio regime familiare, questo reddito di cittadinanza non verrebbe mai portato via o ridotto. Sarebbe sempre lì: una roccia sulla quale costruire.

È un’idea straordinariamente semplice, con il potenziale per rendere la nostra
economia e il nostro mercato del lavoro più efficienti, per incoraggiare la formazione e l’impresa, per consentire alle persone di beneficiare finanziariamente del loro lavoro, per rendere la nostra società più coesa, ridurre povertà e disuguaglianza e liberare le persone dall’intrusione burocratica.

Completare l’integrazione dello stato sociale a livello europeo non è sostenibile
politicamente, e gli stati sociali a livello nazionale non sono più sostenibili dal punto di vista economico, quindi ciò di cui potremmo aver bisogno è una struttura di sostegno europea composta da un reddito di cittadinanza, per integrare gli schemi nazionali.
Un reddito di cittadinanza europeo potrebbe iniziare con un beneficio universale per i figli, poi una pensione universale europea, e infine il reddito di cittadinanza per gli adulti in età lavorativa. Un reddito di cittadinanza europeo sarebbe facile da amministrare, potrebbe essere finanziato da una tassa europea sul carbone, si fonderebbe bene con qualunque schema nazionale i governi desiderassero conservare o inventare, e nel complesso ciò potrebbe fornire il tipo di trasferimenti finanziari tra stati nazionali nell’eurozona per consentire all’Euro di sopravvivere. Un reddito di cittadinanza globale fornirebbe in generale trasferimenti simili tra le nazioni di tutto il mondo, e così potrebbe fornire le basi per lo sviluppo nei paesi più poveri e quindi rendere la migrazione economica meno necessaria.

Guy Standing : “The Corruption of Capitalism: Why rentiers thrive and work does not pay”

Guy Standing : “The Corruption of Capitalism: Why rentiers thrive and work does not pay”

Potremmo dire che ora la rivolta sarebbe giustificata. Le leve del potere sono
concentrate nelle mani di una minoranza rentier, le strutture stanno soffocando e una crescente minoranza sta sopportando il peso della disuguaglianza senza poter riequilibrare la distribuzione della ricchezza. La rivolta dovrebbe mirare a raggiungere  l’ “eutanasia del rentier” desiderata da Keynes, indebolendo i meccanismi che producono entrate generate dal prestito. Ma c’è qualcosa di più. Il fallimento del sistema di distribuzione e la struttura della classe emergente hanno prodotto disuguaglianze di particolare rilevanza per il precariato. Un secolo fa, i progressisti collegati al proletariato speravano di ottenere il controllo dei “mezzi di produzione”.
Oggi un simile obiettivo genererebbe umorismo e perplessità. I mezzi di produzione non sono i bersagli sui quali dovrebbe focalizzarsi la lotta redistributiva.
Per il precariato, le risorse di maggior valore sono quelle essenziali per una vita dignitosa nella società moderna: la sicurezza del reddito, il tempo, uno spazio di qualità, un’istruzione non mercificata, conoscenze finanziarie e capitale finanziario. Le politiche dovrebbero essere giudicate in base al fatto che riducano o meno l’iniqua distribuzione di queste risorse chiave.

 

Stephen Hawking, ottobre 2015

Stephen Hawking, ottobre 2015

“Ognuno può godersi una vita lussuosa di svago  se la ricchezza prodotta dalle macchine è condivisa, viceversa la maggior parte delle persone può finire miseramente in povertà se i proprietari delle macchine riescono a coalizzarsi contro la redistribuzione della ricchezza. Finora, la tendenza sembra essere verso la seconda opzione, con la tecnologia alla guida della crescente disuguaglianza”.

Rutger Bregman: “Utopia for Realists: And How We Can Get There”

Rutger Bregman: “Utopia for Realists: And How We Can Get There”

È stato detto prima. Siamo affiancati da uno stato sociale di un’epoca passata quando i capifamiglia erano ancora per lo più uomini e le persone passavano
tutta la loro vita lavorando nella stessa compagnia. Il sistema pensionistico e
le regole di protezione dell’occupazione sono ancora basate su chi è abbastanza fortunato da avere un lavoro stabile, l’assistenza pubblica è radicata nel malinteso che possiamo contare sull’economia per generare abbastanza posti di lavoro e i benefici del welfare spesso non sono un trampolino, ma una trappola. Mai prima d’ora i tempi sono stati così maturi per l’introduzione di un reddito di base universale e incondizionato. Guardatevi in giro. Una maggiore flessibilità sul posto di lavoro richiede anche la creazione di maggiore sicurezza. La globalizzazione sta erodendo i salari della classe media.
La spaccatura crescente tra i laureati e quelli senza una laurea rende essenziale dare un vantaggio a quest’ultimi. E lo sviluppo di robot sempre più intelligenti potrebbe costare il posto anche ai laureati. Nei decenni recenti la classe media ha mantenuto il suo potere di spesa indebitandosi sempre più profondamente. Ma questo modello non è praticabile, come ora sappiamo.
Il vecchio adagio “chi non lavora non mangia” è ora abusato come licenza per la disuguaglianza. Non fraintendetemi, il capitalismo è un motore fantastico per la prosperità. “Ha portato a termine meraviglie superando le piramidi egizie, gli acquedotti romani e le cattedrali gotiche”, come Karl Marx e Friedrich Engels hanno scritto nel loro Manifesto comunista.
E’ proprio perché siamo ricchi come mai prima che ora abbiamo la possibilità di fare il prossimo passo nella storia del progresso: dare ad ogni persona la sicurezza di un reddito di base.
È ciò che il capitalismo avrebbe dovuto fare da tempo.
Guardalo come un dividendo sui progressi resi possibile grazie al sangue, al sudore e alle lacrime delle generazioni passate. Alla fine, solo una parte della nostra prosperità è dovuta ai nostri stessi sforzi. Noi, gli abitanti della Terra dell’Abbonzanza, siamo ricchi grazie alle istituzioni, la conoscenza e il capitale sociale accumulato per noi dai nostri antenati.
Questa ricchezza appartiene a tutti noi. E un reddito di base permette a tutti noi di condividerla.

Malcolm Torry : “Money for everyone: Why we need a citizen’s income”

Malcolm Torry : “Money for everyone: Why we need a citizen’s income”

Gli argomenti contro il reddito di cittadinanza non sono così strettamente correlati alle ideologie dalle quali provengono, argomenti simili si trovano dall’altra parte e tutti possono avere una risposta:

Il reddito di cittadinanza sarebbe troppo costoso.

Questo sicuramente dipende dallo schema proposto. Ovviamente sarebbe perfettamente possibile proporre uno schema che reperisse il denaro dell’erario.

Non dovremmo pagare le persone per non fare nulla.

Lo stiamo già facendo, e il modo in cui lo facciamo ora scoraggia le persone
dall’aumentare il loro reddito da lavoro.

I ricchi non ne hanno bisogno.

Le persone ricche pagano più denaro in tasse di quello che percepirebbero in entrata dal reddito di cittadinanza, e i bassi costi amministrativi dei benefici universali dimostrano che è più efficiente dare il reddito di cittadinanza a tutti.

Il reddito di cittadinanza scoraggia le persone dal cercare lavoro.

Precisamente è vero il contrario. È il sistema di oggi che scoraggia le persone dalla ricerca di occupazione. Il reddito di cittadinanza produrrebbe una deduzione marginale più bassa e quindi fornirebbe un maggiore incentivo all’occupazione rispetto alla situazione odierna; e ridurrebbe il caos di bilancio delle famiglie
quando cambia lo status lavorativo di qualcuno, e così consentirebbe alle famiglie di riorganizzare i loro modelli occupazionali se fosse questa la loro esigenza e quella del mercato del lavoro. Ciò significa che con un reddito di cittadinanza
Le persone sarebbero più propense a cercare lavoro, non il contrario.

Richard Wilkinson: “The Spirit Level”

Richard Wilkinson: “The Spirit Level”

Piuttosto che aspettare semplicemente che il governo faccia qualcosa per noi, dobbiamo iniziare ad occuparcene personalmente subito nelle nostre vite e nelle istituzioni della nostra società. Ciò di cui abbiamo bisogno non è una grande rivoluzione ma un flusso continuo di piccoli cambiamenti in una direzione coerente. E per darci la migliore possibilità di fare la trasformazione necessaria della società, dobbiamo ricordare che l’obiettivo è quello di creare una società più socievole, il che significa evitare i disagi e la dislocazione che aumentano l’insicurezza e la paura e spesso finiscono in una reazione disastrosa. L’obiettivo è aumentare il senso di sicurezza delle persone e ridurre la paura; far sentire a tutti che una società più equa non solo ha spazio per loro ma anche che offre una vita più appagante di quanto sia possibile in una società dominata dalla gerarchia e dalla disuguaglianza.

Tim Jackson : “Prosperity without Growth”

Tim Jackson : “Prosperity without Growth”

Raggiungere una prosperità duratura dipende dalla capacità di far prosperare le persone, entro certi limiti. Questi limiti non sono stabiliti da noi, ma dall’ecologia e dalle risorse di un pianeta finito. La libertà illimitata di espandere i nostri appetiti materiali non è sostenibile. Il cambiamento è essenziale. Sono stati identificati due componenti specifici del cambiamento. Il primo è la necessità di fissare l’economia: sviluppare una nuova macroeconomia ecologicamente corretta. Questo nuovo quadro economico dovrà collocare l’attività economica entro limiti ecologici. L’investimento ecologico deve svolgere un ruolo assolutamente vitale. Se il debito deve essere tenuto sotto controllo, ciò suggerisce che sarà necessario un diverso rapporto di risparmio. E che è probabile un diverso equilibrio tra consumo e investimento nella funzione di domanda aggregata. Inoltre, il livello e la natura di questo investimento richiedono quasi certamente un diverso equilibrio tra investimenti pubblici e privati. Una macroeconomia ecologica richiederà una nuova ecologia degli investimenti. Ciò significherà rivisitare i concetti di redditività e produttività e metterli a un servizio migliore nel perseguimento di obiettivi sociali a lungo termine. Avremo quasi certamente bisogno di abbandonare l’insensata infatuazione per la produttività del lavoro e di pensare sistematicamente alle condizioni per un alto impiego nei settori a basso tenore di carbonio. Soprattutto, la nuova macroeconomia dovrà essere ecologicamente e socialmente istruita, ponendo fine alla follia di separare l’economia dalla società e dall’ambiente. Essa dovrà ridurre la dipendenza strutturale dalla crescita incessante dei consumi e trovare un meccanismo diverso per raggiungere la stabilità della base. Il meccanismo esistente, in ogni caso, ci ha deluso. Un’economia resiliente – capace di resistere a shock esterni, mantenere i mezzi di sostentamento delle persone e vivere all’interno dei nostri mezzi ecologici – è l’obiettivo a cui dovremmo mirare. La seconda componente del cambiamento sta nel mutare la logica sociale del consumismo. Questo cambiamento deve procedere attraverso la fornitura di alternative reali e credibili attraverso le quali le persone possono prosperare. E queste alternative devono andare oltre la possibilità di rendere più sostenibili i sistemi di base di fornitura (ad esempio nel settore alimentare, abitativo e dei trasporti). Devono inoltre fornire alle persone la possibilità di partecipare pienamente alla vita della società, senza ricorrere a un’accumulazione materiale insostenibile e a una competizione di status improduttivo. Fare questi cambiamenti potrebbe essere la più grande sfida mai affrontata dalla società umana. Inevitabilmente solleva la questione dell’amministrazione – nel senso più ampio del termine. Come si può raggiungere una prosperità condivisa in una società pluralistica? In che modo l’interesse dell’individuo deve essere bilanciato con il bene comune? Quali sono i meccanismi per raggiungere questo equilibrio? Queste sono alcune delle domande sollevate da questa sfida. In particolare, naturalmente, tali cambiamenti sollevano domande sulla natura e sul ruolo del governo stesso.

Derek Wall :”Economics after Capitalism”

Derek Wall :”Economics after Capitalism”

Mentre la dotazione statale può essere umanizzata e i mercati addomesticati dal compito sociale, il compito fondamentale richiede che sia lo stato sia il mercato facciano un passo indietro. I beni comuni danno un’alternativa importante a entrambi. Lo slogan anti-capitalista, sopra tutti, dovrebbe essere “difendere, estendere e approfondire i beni comuni”. Nella storia, essi sono stati la forma dominante della regolazione, fornendo un’alternativa quasi totalmente ignorata dagli economisti, riluttanti ad ammettere che i sostituti al mercato e allo stato persino esistano. All’interno dei beni comuni, la scarsità, se esiste, è di solito gestita e le risorse vengono conservate attraverso sistemi di allocazione organizzati dagli utenti. I beni comuni funzionano meglio per consenso e, a differenza del capitalismo, non dipendono dalla crescita costante. Forniscono accesso condiviso a risorse importanti affinché i bisogni umani possano essere soddisfatti con potenziale equità. La globalizzazione anti-capitalista potrebbe essere etichettata come il movimento per i beni comuni. Dove perdono i capitalisti, i neo-liberali continueranno costantemente. Le loro richieste sono illimitate perché il capitalismo, per sopravvivere, necessita di una continua commodificazione. Il capitalismo cerca di estendere la merce; il movimento anticapitalistico resiste conservando i beni comuni. Ad esempio, nel sud America e nel sud Africa, la protesta di base mira a impedire la privatizzazione dell’acqua. Nel cyberspazio, downloaders, hackers e designers open source cercano di mantenere l’accesso gratuito. I verdi e gli ecofemministi di sussistenza proteggono i terreni comunali dalle società private.

La libera circolazione delle persone: follia, necessità o diritto?

La libera circolazione delle persone: follia, necessità o diritto?

05-10-2017

di Gianni Belletti

Ritengo che sia folle far gestire da privati la permanenza nel nostro territorio dei richiedenti asilo.

Prima di argomentare la mia posizione vorrei citare quanto Roger Cohen ha scritto sul NYT un paio di anni fa, circa la “minaccia” immigrazioni negli USA : “Grandi bugie generano grandi paure che producono grandi bramosie per grandi uomini forti” (1), come premessa e come lente per riflettere sul seguito.

Nel 2007, il Commissario Europeo per la Giustizia dichiarò :”La sicurezza (dei confini della Unione Europea) non è più un monopolio del settore pubblico, è parte del bene comune, e la responsabilità per la sua realizzazione deve essere condivisa tra settore pubblico e privato”(2)

Perchè questo personaggio se ne esce con battute simili ?

Secondo me è interessante riflettere sugli studi che Saskia Sassen ha condotto sulla società degli Stati Uniti, dopo l’avvio del processo delle privatizzazioni delle carceri, avviato circa 40 anni fa.

Risultano dati agghiaccianti: “ad oggi (2014), 1 americano su 100 è incarcerato, o in una prigione statale o in una prigione federale o detenuto in una cella locale in attesa di giudizio. Se a questi aggiungiamo coloro che sono sottoposti ad altre forme di privazione della libertà (arresti domiciliari e liberà vigilata), il totale arriva a 7 milioni di americani, 1 ogni 31.. E se contiamo tutti coloro che hanno avuto problemi con la giustizia, arriviamo a 65 milioni di persone, cioè uno su 4….se avessimo bisogno di una prova per testimoniare tale stato eccezionale, il proliferare di prigioni private ne sarebbe naturalmente la prova”(3)

Il “Transnational Institute “(4) ha valutato il mercato per la sicurezza dei confini nel 2015 in 15 miliardi di euro, con proiezioni di 29 miliardi per il 2022.

Per renderci conto della “dimensione” di questi numeri, è interessante paragonarli con le stime che l’Interpol e l’Europol hanno segnalato, sempre per il 2015, circa il turnover generato dal traffico dei migranti: siamo tra i 5 ed i 6 miliardi di euro.(5)

Vuol dire che il mercato del controllo delle frontiere è almeno tre volte più redditizio del mercato dei trafficanti di uomini.

Ora è possibile che questo alto funzionario europeo non sapesse di cosa stava parlando ?

Tra l’altro è possibile che non conoscesse il lavoro di Elinor Ostrom sui beni comuni ?(6)

Più che parlare di sicurezza come bene comune, bisognerebbe considerare i migranti che oggi arrivano nel nostro territorio come “bene pubblico”, se pensiamo che l’anno scorso il 40% degli arrivi in Italia sono stati bambini. Se fossimo intelligenti investiremmo su di loro, prima di tutto sulla loro istruzione.

Di fatto in Europa si è proceduto a trasferire “porzioni” di gestione della sicurezza dei confini e delle persone richiedenti asilo, al settore privato : la Gran Bretagna ha fatto la parte del leone; la Svezia, oggi, è l’unico paese che ha ripubblicizzato la sicurezza dei confini e la gestione dei richiedenti asilo.

In Italia, lo stato mantiene la sorveglianza, l’identificazione e il mantenimento dell’ordine, ma ha delegato la sicurezza, le pulizie, il catering, il mantenimento delle strutture, l’attenzione medica e l’aiuto legale.

Fino agli anni 80 era la Croce Rossa che si incaricava dei richiedenti asilo politico; poi, di fronte all’aumento delle richieste e per la mancanza di risorse umane, ha favorito il coinvolgimento delle Cooperative Sociali.

Negli ultimi 15 anni, le Cooperative Sociali sono via via soppiantate da multinazionali già presenti nel settore della sicurezza nei paesi anglosassoni (4xS, Tascor, Mitie, Serco, Geo) (7).

Queste multinazionali stanno progressivamente estromettendo da questo “mercato” le cooperative sociali perché arrivano ad offrire il 20-30% in meno nei bandi di concorso, che vengono assegnati in base all’offerta più bassa (un caso per tutti quello del CIE di Roma che ha estromesso la cooperativa sociale “Auxilium” che richiedeva 41 € a persona al giorno, contro i 28,80 € della società legata alla multinazionale GEPSA , filiale di SUEZ).

Queste multinazionali possono permettersi economie di scala impensabili ad altre realtà economiche, quindi possono offrire prezzi più bassi e strappare ad altri il “mercato”.

Lunaria stima che tra il 2005 e il 2011 lo Stato Italiano ha speso 1 miliardo di dollari nel sistema della detenzione dei migranti (8).

Ma come siamo arrivati a questa situazione al limite del paradosso ?

Credo che il motivo principale stia nel fatto che è assurdo consentire che praticamente la sola possibilità che ha un migrante di entrare nell’Unione europea sia facendo richiesta di asilo politico ( a meno che non faccia parte della élite economica del suo paese naturalmente).

Il sociologo Carlo Melegari, tra gli altri in Italia ed in Europa, ritiene giustamente che bisognerebbe percorrere strade differenti, potenziando le nostre rappresentanze diplomatiche nei paesi del “Sud” del mondo, dando l’opportunità di ottenere visti provvisori di qualche mesi o qualche anno, a condizione di avere dati anagrafici certi, luogo di destinazione e persona che si incarica dell’accoglienza, a condizione di avere una cauzione che viene persa nel caso non si rispettino gli accordi.

Si potrebbe quindi dare al migrante la possibilità di viaggiare con i mezzi ordinari, con visto legale, si potrebbe dare la possibilità di lavorare in regola; avremmo nel territorio persone che non sarebbero a carico dello Stato. (9)

Non dimentichiamo che il migrante non è né un potenziale delinquente, né un potenziale deficiente. (Viktor Orban ha dichiarato “tutti i terroristi sono migranti” (10)

Poi, certo, rimarrebbero i richiedenti asilo per quegli stati dove non sussistono le condizioni per avere delle rappresentanze diplomatiche o dove regimi dittatoriali, carestie, guerre impedirebbero una circolazione nella legalità. In questi mesi l’Italia sta organizzando la gestione dei migranti con un paese, quale la Libia, che non ha mai firmato la Convenzione di Ginevra(11).

Proposte simili purtroppo spaventano prima di tutto i partiti politici, complici i mezzi di informazione che presentano gli attuali flussi migratori come se stessimo assistendo ad un’invasione.

Eppure i numeri dicono altro: nel 2015, nel mondo, ci sono stati 244 milioni di migranti (il 3% della popolazione mondiale). Alle porte dell’Unione Europea, nel 2015, si sono presentate 1 milione di persone, pari allo 0,2% della sua popolazione di 510 milioni.

Nel 2016 in tutta l’Unione Europea si sono registrate 204.300 domande di asilo politico. (13)

In Italia, nei primi 6 mesi del 2016 ci sono stati 70.222 arrivi sulle nostre coste, contro gli 83.360 dei primi 6 mesi del 2017. (13)

Se poi guardiamo fuori Europa, ci accorgiamo che , in fondo, non facciamo proprio tutto questi sforzi.

Saskia Sassen ha fatto un calcolo interessante: nel 2012, i profughi accolti dal Pakistan per un dollaro Usa di Pil/per capita sono stati 605;per la Repubblica Democratica del Congo 399, per il Kenia 321, per la Germania, che è il più ricco degli stati europei, sono stati 15. (14)

Allora perché questa risposta “securitaria” alle immigrazioni, costata 5000 morti nel mediterraneo solo nel 2016 ?

Perchè abbiamo reso “normale” la detenzione dei migranti ?

Personalmente la risposta che credo di poter dare è la seguente: la libera circolazione delle persone non è funzionale alla libera circolazione delle merci (e dei servizi) e del capitale .

Un esempio, per quanto semplice e banale , può essere di aiuto. Un investitore per la produzione di una T-shirt non investe in California, dove la mano d’opera costa 20 dollari l’ora, ma in Bangladesh, dove costa 0,50 dollari l’ora. Investe in Bangladesh, per vendere in California, cioè sposta liberamente capitale e merci. Se si potesse spostare liberamente anche quell’operaio pagato 0,50, il gioco non si potrebbe più fare.

Oggi se osiamo opporci alla libera circolazione delle merci e del capitale, saremmo tacciati di primitivi; eppure Keynes, a Bretton Woods è riuscito a garantire 30 anni (“gloriosi”) di stabilità e crescita economica a tutto l’occidente, limitando la libertà di circolazione delle merci e del capitale (l’altro suo intento, con l’istituzione di una unità di conto internazionale, il “bancor”, per impedire agli stati di andare o in surplus o in deficit commerciale e quindi finanziario, non è passato per il peso politico degli Usa).

“Aiutiamoli a casa loro” vuole dire questo : permettiamo a tutti i paesi di tutelare le proprie manifatture, imponendo dazi a quanto viene dall’estero, e freniamo l’impeto di “investire” che viene sempre più forzato dalla finanza internazionale, alla caccia di profitti sempre maggiori, ignari della salvaguardia ambientale..

“Aiutiamoli a casa loro” vuole dire per noi pagare più care tutte le merci, comprese le materie prime.

Il rischio reale, credo, sia arrivare ad accettare che esistono due tipi di cittadini: alcuni hanno più diritti di altri. Oggi l’italiano più di un “marocchino” nell’avere assegnato un alloggio popolare, domani qualcun altro più di noi nell’ottenere un diritto da parte della collettività.

La libera circolazione delle persone è un diritto. Oggi viviamo in un mondo globalizzato in un regime di apartheid, in cui un quinto della popolazione mondiale, fra cui noi, possiamo praticamente andare dove vogliamo, quando vogliamo, mentre gli altri 4/5 non lo possono fare.

Se fossimo più attenti, ci accorgeremo però che la libera circolazione delle persone è anche una necessità. A questo proposito vorrei concludere citando Ivan Krastev : “La globalizzazione ha trasformato il mondo in un villaggio, ma questo villaggio vive sotto una dittatura, la dittatura delle comparazioni mondiali. Le persone non confrontano più la propria vita con quelle dei vicini, ma con quella degli abitanti più ricchi del pianeta.

In questo nostro mondo interconnesso, l’immigrazione è la nuova rivoluzione: non una rivoluzione novecentesca delle masse, ma una rivoluzione verso l’esterno, compiuta da individui e famiglie, e ispirata non dalle immagini del futuro dipinte dagli ideologi ma dalle foto di Google Maps che ritraggono la vita dall’altro lato della frontiera.

Questa nuova rivoluzione non ha bisogno di movimenti o di leader politici per avere successo. Così non dobbiamo sorprenderci se per molti sfortunati del pianeta attraversare i confini europei è molto più attraente di ogni utopia. Per un numero crescente di persone, l’idea di cambiamento significa cambiare il paese in cui si vive, non il governo sotto cui si vive” (15)

Gianni Belletti, Comunità Emmaus Ferrara

1)”Big lies produce big fears that produce big yearnings for big strongmen” . Roger Cohen , New York Times op-ed columnist, 31.12.2015

2) Rodier C., “Xénophobie business. A quoi servent les contro^les migratoires ? Paris La Découverte, 2012, p.34

3) Saskia Sassen : “Expulsions”, 2014, pos. 831

(4) istituto di ricerca per la difesa della democrazia, della giustizia e delloo sviluppo sostenibile,con base in Amsterdam: www.tni.org

(5) Joint Europol-Interpol Report, Migrant Smuggling Networks, May 2016, p.2

(6) “Governing the Commons” sui beni comuni, pubblici e collettivi, grazie al quale è stata insignita del Premio Nobel per l’economia , prima donna, tra l’altro a ricevere tale titolo.

(7) si veda Lydia Arbogast “Migrant Detention in the European Union: a Thriving Business”, Migreurop 2016

(8) Lunaria, Costi Disumani, La Spesa Pubblica per il contrasto dell’immigrazione irregolare, 2013

(9) si veda www.cestim.it

(10) Z. Bauman , “Strangers at Our Door”, 2016 pos 417

(11) Convenzione di Ginevra 1951, Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici (1966)

(12) www.migreurop.org

(13) Il Manifesto, 26.07.2017

(14) Saskia Sassen: “Expulsions”, 2014, pos 769

(15) After Europe, University of Pennsylvania Press, 2017.

Joseph Huber, James Robertson : “Creating New Money”

Joseph Huber, James Robertson : “Creating New Money”

Ci si può chiedere perché ora si possa applicare con successo la riforma del signoraggio quando le speranze dei grandi uomini negli ultimi duecento anni –
Compresi Jefferson, Lincoln e Gladstone – che lo stato potrebbe recuperare
la prerogativa esclusiva della creazione di soldi ufficiali, sono fallite. Ci sono
numerosi motivi.
In primo luogo, ci sono molte persone nel mondo di oggi che c’erano anche cinquanta anni fa, che si rendono conto che istituzioni formali di democrazia,
che permettono solo alle persone di votare per i leader politici ogni pochi anni,
non sono sufficienti. Sono necessarie anche istituzioni economiche e finanziarie
che, predistribuendo (piuttosto che ridistribuire) risorse in modo efficiente e giusto, permetteranno e incoraggeranno le persone ad avere maggiore controllo sulla loro vita e maggiore responsabilità per se stessi e per gli altri.
Questo è sempre più comprensibile.
In secondo luogo, gli impatti della globalizzazione stanno radicalizzando un numero crescente di persone in paesi ricchi e poveri. La vita economica e finanziaria è sempre più percepita essere sistematicamente spostata a favore di una minoranza privilegiata, all’interno e tra i paesi. Aumentano le pressioni
per i cambiamenti nelle prassi e nelle istituzioni monetarie e finanziarie esistenti, nazionali e internazionali.
In terzo luogo, con l’arrivo dell’Età dell’Informazione, si sta diffondendo la consapevolezza che il sistema monetario è diventato essenzialmente un sistema informativo.
Questo sta mettendo in discussione nuove prospettive e nuovi partecipanti
discutono su come dovrebbe essere organizzato e gestito un sistema monetario del ventunesimo secolo.
Quarto, c’è il fattore ambientale sempre più importante. Giustamente o erroneamente, molte persone vedono il sistema monetario e finanziario di oggi
sostenere attivamente attività economiche dannose per l’ambiente. Si stanno cercando soluzioni per cambiare questo aspetto.
Fino ad ora, la pertinenza della riforma del signoraggio rispetto a questi temi è stata nascosta – nascosta dagli “specchietti per le allodole” che sono stati una caratteristica del sistema monetario e bancario. Ma questo si sta già cominciando
a modificare. Con l’aumento di un numero crescente di persone in molti paesi
determinati ad imparare di più su come funzionano oggi denaro e banche  e come potrebbero funzionare meglio, le pressioni per la riforma del signoraggio
continueranno a crescere.