Il fattore limitante più urgente per il futuro della produzione petrolifera, quindi, non è la quantità di riserve rimanenti o il tasso di rendimento energetico (EROI), come molti pensano, ma “quanto a lungo il nostro attuale sistema economico interconnesso potrà reggere”.
In breve, le nostre economie sono destinate a cercare di mantenere un equilibrio molto precario e oscillante, un ottovolante, basato su un prezzo del barile di petrolio compreso tra circa 80 e 130 dollari, sperando e pregando che il sistema finanziario, ormai estremamente volatile, non collassi. Infatti, un periodo di bassa crescita economica o di recessione potrebbe ridurre il credito e gli investimenti disponibili da parte delle compagnie petrolifere e potrebbe causare il blocco del motore prima ancora di raggiungere il limite fisico di estrazione.
Senza un’economia funzionante, l’energia facilmente accessibile cessa di essere disponibile. E senza energia accessibile, è la fine dell’economia così come la conosciamo: trasporti rapidi, catene di approvvigionamento lunghe e fluide, agricoltura industriale, riscaldamento, depurazione delle acque, internet e così via. Ma la storia ci insegna che le società si destabilizzano rapidamente quando le pance cominciano a brontolare. Durante la crisi economica del 2008, il drastico aumento dei prezzi dei prodotti alimentari ha provocato rivolte per il cibo in non meno di trentacinque paesi.