Robert Reich: “Saving Capitalism”

Robert Reich: “Saving Capitalism”

Durante la crisi finanziaria, le banche più grandi hanno ricevuto molto più aiuto da parte del governo rispetto ad altre banche, al fine di impedire il loro fallimento. In modi importanti, quelle sovvenzioni continuano anche oggi, perché le grandi banche sono ancora troppo grandi per fallire.
Ecco come funziona il sussidio nascosto. Le persone che parcheggiano i loro risparmi in queste banche accettano un tasso di interesse più basso su depositi o prestiti dei quali hanno bisogno da parte delle banche più piccole d’America. Questo perché le banche più piccole sono luoghi piu’ rischiosi per parcheggiare soldi rispetto alle grandi banche, che saranno quasi certamente salvate se si trovano nei guai.
Questo da’ alle piu’ grandi banche di Wall Street un vantaggio competitivo rispetto alle banche piu’ piccole della nazione. Di conseguenza, le grandi banche fanno ancora più soldi. E mentre i loro profitti crescono, le grandi banche diventano ancora più grandi. Se erano troppo grandi per fallire prima, sono assolutamente troppo grandi per fallire ora. Come ho già detto, entro il 2014, le cinque maggiori banche di Wall Street svolgono circa il 45 per cento degli attivi bancari americani, rispetto al 25 per cento nel 2000. Esse sono troppo grandi per fallire o subire pene o essere limitate.

Lydie Arbogast: “Il fiorente business della detenzione dei migranti nell’Unione europea”

Lydie Arbogast: “Il fiorente business della detenzione dei migranti nell’Unione europea”

Quanto costa al giorno mantenere un profugo? È una domanda ricorrente quando, per trattare la questione dei migranti, si adotta una logica contabile e non un approccio umano.
Questa impostazione prevale ormai in numerosi settori d’interesse generale: l’istruzione, i trasporti, l’energia e l’acqua. Per poter offrire un servizio al prezzo più basso si ricorre sempre allo stesso metodo: la privatizzazione e la concorrenza tra imprese private. Tuttavia, è risaputo che in un sistema capitalistico le imprese perseguono il profitto. E spesso, per generare profitti e proporre prezzi in apparenza appetibili, devono risparmiare su altri aspetti. Alla
stessa stregua, in materia di politiche di gestione dei flussi migratori, i diritti dell’Uomo e il principio di sollecitudine sono talvolta trascurati a beneficio dei profitti ricercati dalle imprese.
Negli ultimi anni, la reclusione degli stranieri è diventata una “filiera molto remunerativa” da cui traggono profitto un certo numero di attori privati, in particolare le multinazionali. D’altro canto, i costi sociali di questo “modello commerciale” sono sostenuti da tutta la società.
In primo luogo, i migranti stessi, che subiscono le conseguenze di un approvvigionamento insufficiente, fanno fronte al diniego dei loro diritti e delle loro libertà, e vivono situazioni di violenza. Ma anche coloro che lavorano per le aziende incaricate di assicurare mansioni di sicurezza, rifornimento e amministrazione all’interno luoghi di reclusione per i migranti.

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Questo studio analizza alcuni esempi, talvolta sconvolgenti, degli affari che si concludono in Europa sulle spalle dei rifugiati e delle conseguenze della ricerca del profitto. Vi sono illustrati diversi casi che mettono in piena luce le attuali derive: il Regno Unito, dove il sistema di detenzione dei migranti è in larga parte privatizzato e ricorda l’industria carceraria americana; oppure l’Italia, dove le autorità pubbliche appaltano la gestione e la presa in carico dei migranti detenuti ad attori privati, e dove lo scandalo “Mafia Capitale” ha svelato la penetrazione della criminalità organizzata nel mercato della detenzione dei migranti; o ancora in Francia, dove un’impresa di costruzioni ha assunto dei migranti sans-papiers per costruire un centro di espulsione, nel quale questi ultimi sono stati successivamente rinchiusi in attesa di essere allontanati dal territorio nazionale. Inoltre, il rapporto presenta le conseguenze politiche della privatizzazione della detenzione degli stranieri, tra cui il rischio di strumentalizzazione delle associazioni da parte delle autorità pubbliche che tentano così di distanziarsi dalle loro stesse responsabilità. Lo studio descrive in dettaglio la tendenza a subappaltare e privatizzare i centri di detenzione per migranti, in seno all’UE , così come le conseguenze sulle persone detenute, sulle politiche e sulla società. Allerta, in particolare, sul fatto che, se le grandi multinazionali continuano ad occuparsi delle questioni di sicurezza, diventerà ad
un certo punto impossibile cambiare politica e ne subiremmo tutti e tutte le conseguenze.

Gli anni 2000 – nel clima indotto dagli attentati dell’11 settembre 2001 – hanno registrato l’espansione di un vero e proprio “mercato della sicurezza migratoria” con una progressiva convergenza di interessi tra i dirigenti politici che cercano di militarizzare le frontiere europee e i professionisti della difesa e della sicurezza fornitori di servizi in questo campo.
Nel 2003, su iniziativa della Commissione europea, è stato creato un gruppo di lavoro per definire le linee guida di un nuovo programma per il finanziamento della ricerca a livello europeo su questi temi. Otto aziende europee specializzate in sicurezza e difesa hanno partecipato ai lavori del gruppo a fianco dei rappresentanti delle istituzioni europee e ricercatori: si tratta di EADS (consorzio europeo), Thales (Francia), Finmeccanica (Italia), Indra (Spagna), Siemens (Germania) ed Eriksson (Svezia). Nelle sue conclusioni, il gruppo ha raccomandato all’UE di destinare alla sicurezza risorse per 1,3 miliardi di euro all’anno, giustificando un tale sforzo finanziario con l’affermazione che ”le principali preoccupazioni dei cittadini nonché dei responsabili politici sono la sicurezza, il terrorismo, la proliferazione delle armi di distruzione di massa, i conflitti regionali, la criminalità organizzata e l’immigrazione clandestina”, e sottolineando come “la tecnologia sia il migliore garante della sicurezza”. Qualche anno più tardi, ossia nel 2007, il Commissario europeo per la Giustizia e gli Affari interni dichiarava che “la sicurezza non è più monopolio delle amministrazioni pubbliche, ma bene comune, la cui responsabilità e attuazione devono essere condivise tra il settore pubblico e privato”.

Negli ultimi quindici anni i Paesi europei hanno speso somme considerevoli per impedire ai migranti di entrare nel territorio dell’UE , a vantaggio dell’industria della difesa. Tra il 2003 e il 2013, l’UE e l’Agenzia Spaziale Europea hanno finanziato 39 progetti di ricerca e sviluppo sulla messa in sicurezza delle frontiere per un totale di 225 milioni di euro.
Questi progetti, finalizzati a sviluppare tecnologie di sicurezza nel settore della sorveglianza, creavano, tanto per citarne alcune, “un cane da fiuto meccanico” (progetto Handhold – 3,5 milioni di euro), droni per sorvegliare le frontiere terrestri (progetto Talos, 12,9 milioni di euro) e marittime (progetto I2C – 9,9 milioni di euro), o ancora un sistema di sorveglianza satellitare (progetto Limes – 11,9 milioni di euro). Una vera e propria manna per le aziende che vi hanno partecipato! Tra queste figurano in particolare Thales (18 progetti), Finmeccanica (16) e Airbus (2)8. Uno studio del Transnational Institute prevede che il mercato della sicurezza delle frontiere, stimato in 15 miliardi di euro nel 2015, dovrebbe toccare nel 2022 i 29 miliardi di euro all’anno. La ricerca mostra che ben lungi dall’essere semplici beneficiarie della generosità dell’Unione, le aziende specializzate nella sicurezza e l’industria militare incoraggiano attivamente il rafforzamento della messa in sicurezza delle frontiere comunitarie, fornendo a tale scopo tecnologie sempre più sofisticate e costose.

I costi umani ed economici di una politica inefficace

Secondo una stima di The Migrants Files, gli Stati membri avrebbero speso in quindici anni non meno di 11,3 miliardi di euro per l’allontanamento dei migranti irregolari dal territorio europeo. Le ingenti somme investite in queste politiche appaiono ancor meno sensate se si considera che non sempre portano all’effettiva espulsione dei migranti, nonostante sia proprio questo il loro obiettivo primario. Si tratta, dunque, di politiche governate da una logica punitiva e con finalità comunicative (destinate da un lato a rassicurare
l’opinione pubblica sulla fermezza degli Stati, e dall’altro a dissuadere i potenziali migranti dall’intraprendere la rotta per l’Europa).
In Europa, il numero di migranti effettivamente espulsi è di gran lunga inferiore a quello degli stranieri detenuti perché in attesa di rimpatrio e molto al di sotto degli obiettivi fissati dai governi. Secondo la Commissione europea, nel 2014 meno del 40% dei migranti destinatari di un provvedimento di rimpatrio ha effettivamente lasciato il territorio dell’UE. Questa percentuale non ha subito alcuna variazione con l’aumento del periodo massimo di detenzione attuato in molti Stati membri dopo l’entrata in vigore della direttiva “rimpatri”. Insomma, aumenta il periodo di detenzione, ma non il numero di espulsioni.
Migliaia di persone sono private della propria libertà senza che si raggiungano gli obiettivi di controllo dei flussi migratori. Le conseguenze nefaste della reclusione sulla dignità e sui diritti umani sono palesi. Il sistema di detenzione ha un impatto norme sui diritti, la dignità, l’integrità fisica e mentale delle persone detenute: casi di (tentato) suicidio o di automutilazione, turbe psichiche, depressione, ma anche maltrattamenti, intimidazioni, aggressioni fisiche e verbali, stupri, ecc., sono all’ordine del giorno in questi luoghi di
reclusione.

Una gestione pubblico-privata dei campi profughi

Contrariamente al modello anglosassone, in Italia la detenzione amministrativa degli stranieri senza titolo di soggiorno è un affare pubblico. Tuttavia, come evidenziato da Louise Tassin nei suoi lavori, se i centri di detenzione italiani dipendono dal Ministero dell’Interno e dalle prefetture, “la loro gestione e i servizi legati alla presa in carico dei detenuti (servizio mensa, alloggi, manutenzione, ecc.) sono tradizionalmente affidati a cooperative sociali che da molti anni hanno visto il loro campo di attività ingrandirsi e il loro ruolo rafforzarsi. Oltre alla manutenzione dei siti, queste organizzazioni sono ormai
responsabili anche dell’accompagnamento socio-sanitario dei detenuti e della gestione stessa dei centri, mentre lo Stato si occupa degli aspetti repressivi (sorveglianza, mantenimento dell’ordine, identificazione degli stranieri). Questa situazione non è insignificante, in quanto la dice lunga sulla generale tendenza nella maggior parte dei Paesi europei, e sebbene in forme diverse, sulla presenza di “un mercato” della detenzione dei migranti”.
Nel caso italiano, i contratti sono assegnati in base a bandi di gara i cui criteri di selezione sono i costi a persona ed al giorno. Nonostante l’assistenza dei migranti venga sbandierata come il principale obiettivo dei centri, questa viene appaltata ad attori privati mossi da interessi economici.

Un mercato competitivo

Per molti anni, la Croce Rossa è rimasta il principale organismo privato incaricato di operare nei CIE italiani e in alcuni centri “d’accoglienza” per richiedenti asilo. L’organizzazione umanitaria forniva in questi luoghi numerosi servizi, compresi la mensa, l’assistenza sanitaria, l’accoglienza, l’assistenza psicologica e sociale, la mediazione linguistica e culturale, la manutenzione. A seguito di una serie di gravi incidenti (in particolare incendi e decessi nei centri), e delle denunce della Croce Rossa che lamentava di non disporre di sufficienti
risorse umane, il governo italiano ha deciso di allargare la platea di organizzazioni coinvolte nella gestione dei centri di detenzione per migranti.

Nel 2013 l’associazione Medici per i diritti umani (MEDU) ha censito otto ONG e cooperative sociali impegnate nel fornire sevizi all’interno dei CIE italiani: la Croce Rossa Italiana (Torino e Milano); il consorzio Connecting People (Gorizia); la Misericordie d’Italia (Crotone, Bologna e Modena); la cooperativa Albatros 1973 (Caltanissetta); la cooperativa Auxilium (Roma); l’associazione Operatori Emergenza Radio (Bari-Palese); il Consorzio Oasi (Bologna e Trapani Milo) e la cooperativa Malgrado Tutto (Pian del Duca).
Sebbene la loro gestione sia stata tradizionalmente affidata a organizzazioni non a scopo di lucro, i CIE continuano a suscitare gli appetiti di aziende private che vedono nei centri una possibile fonte di profitti. È il caso dell’azienda Francese GE PSA (Gestion Établissements Pénitenciers Services Auxiliaires), filiale di Cofey, che a sua volta appartiene alla multinazionale energetica GDF Suez. Partner storico delle amministrazioni penitenziarie francesi, GEPSA gestisce 16 prigioni e presta i suoi servizi presso 10 centri di detenzione amministrativi in tutta la Francia. Grazie a una partnership con l’associazione culturale italiana Acuarinto, l’azienda si è progressivamente inserita nel mercato italiano della
detenzione. A dicembre 2012, il gruppo GE PSA-Acuarinto ha così ottenuto la gestione del CIE di Roma per una indennità di 28,80 € al giorno (contro i 41 € domandati in precedenza dalla cooperativa Auxilium). Due anni più tardi, lo stesso gruppo si è imposto anche per la gestione dei CIE di Torino e Milano proponendo tariffe del 20–30% inferiori a quelle offerte fino a quel momento dalla Croce Rossa. L’arrivo di GEPSA nei centri italiani segna l’ingresso in forza delle multinazionali nel mercato della detenzione dei migranti, e l’emergere
di una “logica industriale”59 nella gestione dei CIE italiani.
Secondo un’inchiesta condotta dall’associazione Lunaria, tra il 2005 e il 2011 il sistema di detenzione degli stranieri è costato allo Stato italiano un miliardo di euro. Questa somma, secondo quanto si evince dai dati ufficiali disponibili, è stata in buona parte spesa per i CIE. Parallelamente all’aumento delle risorse assegnate alla detenzione, la spesa pubblica per l’accoglienza dei migranti continua a diminuire61. In altre parole, il governo italiano preferisce privilegiare le politiche di detenzione degli stranieri a quelle di accoglienza e integrazione sociale.

Abraham Lincoln, in R.L. Owen, “National Economy and the Banking System of the United States”

Abraham Lincoln, in R.L. Owen, “National Economy and the Banking System of the United States”

“Il governo […] non ha necessità né deve prendere a prestito capitale pagando interessi come mezzo per finanziare lavori governativi e imprese pubbliche. Il governo dovrebbe creare, emettere e far circolare tutta la valuta e il credito necessari per soddisfare il potere di spesa del governo e il potere d’acquisto dei consumatori. Il privilegio di creare ed emettere moneta non è solamente una prerogativa suprema del governo, ma rappresenta anche la maggiore opportunità creativa del governo stesso. […] La moneta cesserà di essere la padrona e diventerà la serva dell’umanità. La democrazia diventerà superiore al potere dei soldi”.

Abraham Lincoln, in R.L. Owen, “National Economy and the Banking System of the United States”, 76th Cong., 1st sess. Senate Doc.23, United States Govt. Print. Off., Washington D.C. 1939.

Dada Maheshvarananda: “Economic Democracy through Prout, Progressive Utilization Theory”

Dada Maheshvarananda: “Economic Democracy through Prout, Progressive Utilization Theory”

L’idea di “libertà economica” si scontra con la realtà che le risorse del mondo sono limitate e che alcune azioni limitano le possibilità degli altri. Nel diritto, si concedono diritti individuali solo nella misura in cui essi non danneggiano gli altri. Lo stesso principio dovrebbe valere anche per l’economia.
The Progressive Utilization Theory o Prout è un modello alternativo socio-economico che promuove il benessere e lo sviluppo di ogni persona, fisicamente, mentalmente e spiritualmente. caratteristica essenziale di Prout è la liberazione economica, che solleva gli esseri umani da problemi banali in modo che tutti abbiano maggiori opportunità di liberta’ intellettuale e spirituale.
Il fondatore di Prout fu il filosofo indiano Prabhat Ranjan Sarkar (1921-1990), autore, compositore e maestro spirituale, che è stato imprigionato per sette anni in India per la sua posizione contro la corruzione, lo sfruttamento delle donne, il sistema delle caste, e le strumentalizzazioni politiche.
Gli scritti di Sarker su Prout totalizzano quasi 1.500 pagine, e comprendono ampi dettagli su come i vari stati dell’India, in particolare i più poveri, possano diventare autosufficienti. Prout è un modello macroeconomico integrato progettato per sviluppare e beneficiare le regioni socio-economiche e le persone che vi abitano, mentre, allo stesso tempo, preservare e valorizzare l’ambiente naturale.
Il modello di Prout non è un cliche’ da applicare rigidamente ad ogni società. Piuttosto si tratta di un insieme globale di concetti dinamici che possono essere applicati in modo appropriato da parte dei cittadini e dai leader per aiutare la loro regione o paese a prosperare e raggiungere l’autosufficienza in modo ecologico.

P.R. Sarkar (1992) ha identificato quattro requisiti della democrazia economica per avere successo, e ha progettato la struttura economica di Prout per soddisfarli.
Il primo è che i requisiti minimi della vita devono essere messi a disposizione di tutti, in modo da liberare tutti dalla disperazione della povertà.
In secondo luogo, la gente dovrebbe godere di un graduale aumento della qualità della vita in modo da sentire che le loro vite stanno migliorando.
Il terzo requisito è che le popolazioni locali meritano il diritto di prendere le decisioni economiche che riguardano direttamente la loro vita.
Il requisito finale è quello di evitare che gli investitori esterni interferiscano negativamente nel business delle economie locali.